|
22 febbraio 2012
Scontro Marcegaglia-Camusso sull'art.18.
.jpg) Di Andrea Atzori Nel corso della sua navigazione alla guida della nave Italia, nel tentativo di metterla in salvo dal procelloso oceano, il premier Monti ed il suo governo tecnico, comincia a intravvedere e profilarsi all’orizzonte, lo scoglio più pericoloso. E’ quello dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, che garantisce la stabilità del posto dei lavoratori dipendenti, al fine di proteggerli dall’arbitrio dei datori di lavoro. Se valutato nella sua obiettiva funzione di salvaguardia della dignità e del valore intrinseco del lavoro dipendente, questa norma giuridica svolge un’altissima funzione sociale e rappresenta una conquista di civiltà. Ma, aldilà di questa frontiera di garanzia e di presidio dei diritti inalienabili della parte debole del rapporto di lavoro, l’ordinamento giuridico ha un dovere a cui non può sottrarsi: la difesa del datore di lavoro dall’altrettanto ingiusto abuso a suo danno, di quella stessa norma. In pratica, il nodo della questione, sta tutto nel fissare una normativa equa ed efficace, in grado di tutelare entrambi, datore e lavoratore, dal rischio di subire lesioni ingiuste ai propri interessi dal comportamento spregiudicato dell’altro. La funzione nobile della politica viene esaltata in questo tentativo diretto a trovare un componimento equo delle rispettive rivendicazioni delle parti contrapposte. Lo Statuto dei lavoratori prevede, al suo art.18, la possibilità di licenziamento solo per giusta causa o per giustificato motivo. Ma, in entrambi i casi, la valutazione circa la sussistenza delle condizioni necessarie e sufficienti perché si possa procedere al licenziamento è lasciata all’interpretazione del giudice. In caso di controversia, sarà il giudice del lavoro che dovrà decidere se le accuse rivolte al lavoratore siano tali da integrare un’ipotesi di giusta causa o giustificato motivo per il licenziamento. Giusta causa, per giurisprudenza consolidata, è, ad esempio, il furto, oppure, offese gravi al datore di lavoro. Giustificato motivo, troppe assenze ingiustificate o rifiuto di adempiere ai compiti od alle mansioni di sua competenza. Sono, personalmente, convinto che il problema stia tutto già contenuto nella difficoltà di raggiungere un accordo tra le parti sociali, su quali cause possano essere valutate idonee a sciogliere il rapporto di lavoro. Cioè, in pratica, non si tratterebbe di una difficoltà insormontabile, se esistesse la buona volontà di tutti. La questione, in effetti, non è tanto se eliminare o meno l’art.18. Perché, posta in questi termini, la questione, è mal posta. Si tratta, invece, di rendersi conto che così come il lavoratore non può essere abbandonato all’arbitrio del suo datore di lavoro, anche costui non può divenire ostaggio del lavoratore. In una Nazione che non sappia risolvere questo quesito, relativo alla disciplina equa da applicare al rapporto di lavoro, la conseguenze è il conflitto irrisolvibile che spacca la coesione sociale. Questo rende impossibile la crescita economica e lo sviluppo industriale. Ecco perchè l’Europa ci chiede di risolvere, preliminarmente, questo problema. La fuga di capitali all’estero, la costante riduzione degli investimenti stranieri in Italia è una conseguenza di questa anomalia del mercato del lavoro italiano. Le imprese non investono in un paese in cui l’imprenditore debba, passivamente, subire le angherie del lavoratore fannullone, prepotente e magari delinquente. Il livello di civiltà di un paese si misura non solo dal grado di protezione e garanzia a favore del lavoratore, ma, anche dalla difesa accordata e riconosciuta all’imprenditore, contro il mancato rispetto, da parte del lavoratore, dei doveri a cui è vincolato nei confronti del suo datore di lavoro. Si tratta di fissare le regole giuste per consentire che l’azienda funzioni, partendo dal presupposto che questa, per esistere, ha bisogno della collaborazione di tutti. Senza dimenticare che è nell’interesse generale dello Stato che il sistema imposto funzioni al meglio. Di questo si sta discutendo, dell’importanza fondamentale per l’intera comunità nazionale, che si arrivi ad una riforma del mercato del lavoro in tempi rapidi. Gli interessati non sono solo i sindacati o la Confindustria, ma tutti i cittadini, che da un eventuale fallimento della nostra economia, saranno chiamati a pagarne le conseguenze. L’irrigidimento dei sindacati che oppongono il loro no, solo per partito preso, non ha senso. Ben conoscendo, anche, le note interferenze tra il sindacalismo e la politica, tanto endemiche e conclamate da trasformare la nostra democrazia in un vero e proprio regime, insensibile alle esigenza reali del nostro paese. Lo scontro tra la Camusso e la Marcegaglia, in un paese normale non ha senso. Perché entrambi hanno il dovere di rendersi disponibili al confronto e trovare una soluzione comune e condivisa alla questione. Non è vero che non esista alcuna possibilità per un accordo. Le posizioni sono più vicine di quanto sembri apparentemente e le stesse parole della Marcegaglia, interpretate come una offesa, ne sono, invece una conferma. Se la FIAT si dichiara entusiasta della piega che il confronto sta assumendo, non è un semplice caso. La dottrina di Marchionne, in tema di relazioni sindacali è contrassegnata dal più forte radicalismo. Conosciamo il sistema Fiat, applicato a tutti gli stabilimenti dell’industria torinese in Italia. La lotta per la presidenza di Confindustria tra Marcegaglia e Bombassei, trova Marchionne schierato con quest’ultimo per motivi assai ovvi, che non sono perfettamente in linea con gli interessi dei lavoratori dipendenti. La Camusso spieghi ai suoi iscritti, perché la sua linea di politica sindacale converge direttamente verso il modello disegnato da Marchione per la gestione della sua industria di automobili! A parer mio sarebbe stato assai semplice sedersi al tavolo negoziale per dare corpo e consistenza a quella regola assai indeterminata contenuta nell’art.18 dello Statuto dei lavoratori, per cui il licenziamento del lavoratore dipendente è consentito per giusta causa o giustificato motivo. Cioè predeterminare quali siano i fatti destinati ad integrare e realizzare le ipotesi di giusta causa o giustificato motivo. Se è vero, come affermavano gli antichi romani che la verità sta sempre nel mezzo, quel mezzo sta sempre nel punto d’incontro tra le due parti contrapposte. Sarà, insomma, la ragionevolezza a salvare il paese. Il premier Monti sta nel giusto quando dice che, in mancanza di accordo con i sindacati, il governo seguirà la sua strada, comunque. Perché questo è il mandato che ha ricevuto dal parlamento ed il vero fallimento sarebbe quello di rinunciare senza neppure provarci. Se Bersani, come ha dichiarato ufficialmente, rifiutasse il suo consenso in caso di soluzione non condivisa tra le parti sociali, sindacati e Confindustria, si assumerebbe una gravissima responsabilità per il riacutizzarsi di una crisi che, al momento, pare esorcizzata. La sua decisione darebbe il via libera al ricompattarsi dell’asse politico di centrodestra tra terzo polo e PDL, decretando la catastrofe per il suo stesso partito, nuovamente preda dello scissionismo interno. Ma non credo che Bersani sarà così ingenuo.
|
|
|
|
|
|